Per notizie
e aggiornamenti
sulle attività
dell'associazione
è online il nuovo
blog degli Amici
della Scala.
2016
A sessant’anni dalla morte del M° Guido Cantelli,
gli Amici della Scala organizzato la proiezione
di alcuni brani tratti dal documentario
realizzato da Alessandro Turci

Gli ospiti hanno potuto ricordare il grande Maestro attraverso i commenti di Riccardo Chailly, Polo Gavazzeni e Alessandro Turci.





Sintesi dell'intervento del M° Riccardo Chailly

L’immagine di Guido Cantelli è quella di un autentico maestro, morto tragicamente nel 1956 a soli trentasei anni. Impressiona la sua grandezza di direttore d’orchestra raggiunta in un’età così giovanile e stroncata da una disgrazia. Ho sentito parlare per la prima volta di Cantelli da mio padre Luciano, quando ero ancora ragazzo. Li accomunava l’anno di nascita, il 1920. Da giovani si frequentavano e passavano serate insieme. Mi diceva: «Eravamo adolescenti, pieni di idee e di interessi; spesso la sera accompagnavo Guido a casa in bicicletta, seduto sulla canna…». Dai racconti di mio padre emergeva il suo eccezionale talento di interprete. Era evidente già allora la sua applicazione nello studiare a memoria il repertorio. In soli tredici anni di carriera, ha compiuto con l’orchestra della Scala delle importanti tournée internazionali, toccando città come Monaco di Baviera, Edimburgo, Londra e molte altre. A Vienna ha raccolto uno dei suoi grandi successi. Molti anni fa mi capitò di ascoltare un disco della Quinta di Čajkovskij, incisa al Festival Hall di Londra con l’Orchestra della Scala. Devo dire che è una Quinta che ancora oggi fa pensare; da un lato appartiene alle splendide interpretazioni dei grandi maestri russi, ma non solo, ovviamente, fino ad arrivare a Toscanini. D’altro lato è evidente la volontà di far emergere, da parte di Cantelli, un suo pensiero personale. Me ne ero interessato molti anni fa, in un momento in cui volevo scoprire nuovi orizzonti interpretativi. Nel primo movimento c’erano dei rallentandi in una musica in sei ottavi. Non era un’indicazione di Čajkovskij. Ma perché procedere così, se non sta scritto? C’era un’assoluta e minuziosa attenzione al dettaglio. Non dico che mi abbia convinto, ma bisogna rilevare che, anche nel grande repertorio, era in grado di affermare una propria originale identità d’interprete. E questa sua tendenza a una lettura personale è viva anche in vari altri passi che ho ascoltato. Per esempio, quando esegue Il cappello a tre punte di De Falla, l’apoteosi finale è molto diversa rispetto a come la si esegue di solito. Tutto aveva comunque un suo senso.

Grazie a documenti che ho potuto leggere nelle poche biografie che esistono di Cantelli, ho scoperto quanto fosse analitico nei dettagli della concertazione. Aveva una ben precisa ricerca di “estetica del suono”; e mi riferisco in particolare alla  Terza sinfonia di Brahms e ad alcune incisioni di Beethoven. Credo quindi che, per quanto fosse giovane, Cantelli avesse un’idea molto chiara del colore, del timbro degli strumenti: una ricerca sul suono fatta con l’orchestra. Il repertorio del Novecento è stato un punto importante nella vita di Cantelli, almeno quanto il repertorio precedente. Mi colpisce quanto fosse aperto alla nuova musica: è impressionante vedere quelle partiture di Ghedini bruciate sull’aereo, una cosa sconvolgente. Ricordo che mio padre mi diceva che, tra quelle partiture, ce n’era anche una di Claude Debussy. Era un direttore d’orchestra attentissimo alla nuova musica di allora. È stato un interprete appassionato della musica di Béla Bartók e ha eseguito le variazioni op. 31 di Schönberg, un lavoro dodecafonico estremamente complesso, un universo musicale che pochi pensavano potesse appartenergli, essendo Cantelli seguace di Toscanini, ed essendo Schönberg uno degli autori più lontani dal mondo toscaniniano.

Cantelli fa capire che, pur avendo una grande ammirazione per Toscanini, aveva un’identità e una predisposizione culturale, non solo musicale, all’apertura verso il nuovo linguaggio. Voleva conoscere e divulgare la musica che allora faceva i suoi primi passi. Anche in questo senso, oggi stiamo celebrando un grande maestro. Concludo dicendo che è stato nominato alla Scala, un teatro di grande tradizione, senza che fosse un musicista con precedenti esperienze di direttore stabile. In altri termini, debuttava nel ruolo di direttore musicale quando lui non aveva mai avuto altri incarichi ufficiali come direttore d’orchestra. A lui è succeduto Claudio Abbado, che ha vissuto esattamente la stessa situazione: venne nominato alla Scala come prima “stabilità” ufficiale della sua vita. Questo è molto interessante, perché vuol dire che il solo talento ha condizionato importanti scelte artistiche. La stessa Orchestra della Scala, con la quale aveva fatto molti concerti, compreso il debutto al Castello Sforzesco, ha chiaramente sostenuto quanto fosse giusto che questo incarico venisse affidato a Guido Cantelli. Antonio Ghiringhelli ha creduto tantissimo in lui: ricordo quante volte mio padre ricordava la sua piena fiducia in questo giovane maestro, e quanto l’orchestra del Teatro alla Scala avesse capito che non era una questione d’età, e tantomeno di curriculum, ma di talento reale. Credo che sia importante, per la storia del Teatro alla Scala, che ciò sia accaduto, sia con lui che con Claudio Abbado.


Intervento di Paolo Gavazzeni:

Non posso che concordare pienamente con le parole del maestro Chailly. Devo dire che questo documentario – che conosco molto bene perché nella versione integrale in questi giorni dell’anniversario è in onda su “Classica” –, non può che colpire al di là del giovane, precoce talento che affronta l’incarico al Teatro alla Scala di dirigere Così fan tutte.

Mi ha colpito particolarmente la sua determinazione nonostante la giovane età e nonostante gli effetti quello che il Teatro alla Scala può causare nella psicologia di un giovane interprete. Una determinazione che gli fa prestare nella regia un’attenzione fermissima a quelle che sono le esigenze della musica e del suono rispetto alla posizione sulla scena del cantante. Che questa affermazione arrivi da un giovane interprete, alla sua prima esperienza operistica del Teatro alla Scala, è assolutamente sorprendente.


Intervento del M° Giuseppe Bodanza:

Erano veramente altri tempi… I direttori curavano anche dettagli. Io ricordo un particolare: facevamo Il ballo in maschera; io ero molto giovane e non mi rendevo conto che questa cosa fosse molto importante e che ci fosse bisogno di tante prove… Non era un problema tecnico, bensì un problema musicale. Di Cantelli ho sentito la Quinta di Beethoven in Sicilia con l’orchestra del Teatro alla Scala. Sono rimasto impressionato musicalmente, era stata una cosa straordinaria, stupenda.




CATEGORIA \ 2016